L’ambiente è
quello di Cosmopoli, città e luogo ideale. Personaggi: Una nobile matrona,
rimasta vedova; dei poeti pazzi; la serva della vedova, il soldato Penulo,
l‘eunuco.
Martello
introduce, all’interno, critiche agli stili e ai poemi, non ai costumi.
Tre poeti pazzi
sono rinchiusi nel manicomio ma hanno possibilità di movimento. All’interno del
manicomio vi è un cimitero nel quale si è fatta preparare la sepoltura Panfilo,
marito di Sostrata. Rimasta vedova, ella si rinchiude nel mausoleo con la serva
Cornia, decisa a testimoniare amore fedele ed eterno al suo sposo defunto.
Sostrata, aspirante poetessa, è la satira delle donne che non sono all’altezza
del loro compito e, in particolare di Teresa Zani.
Martello rivolge
le sue satire alle varie correnti letterarie: petrarchisti (troppo ricercati),
marinisti (troppo acuti), fidenziani (troppo latineggianti) e arcadici (troppo
idillici) stessi, a cui apparteneva Martello.
La grandezza di
questo autore è la capacità di osservare con oggettività la letteratura del suo
tempo e di denunciarne le lacune, senza ferire nessuno.
PERSONAGGI
E TRAMA
E’ in abito
antico napoletano, simile al vero Marino, come raffigurato da pittore
fiammingo, maschera “laureata”. Si crede eccellente nei suoi componimenti.
Marino ritorna sulla terra, trova l’Italia invasa dai petrarchisti. Nelle
librerie trova i suoi libri sostituiti da quelli del Petrarca o dei suoi
seguaci. Egli, che si sente un precursore dell’Arcadia, si meraviglia di essere
deriso e disprezzato proprio dagli Arcadi. Dimostra di essere capace di
continuare il Petrarca, componendo un madrigale petrarchesco.
Con la cocolla e
con una maschera che rappresenta il Petrarca. Porta una collana con un pendente
e l’immagine di Laura. Si proclama appassionato petrarchista. Messer Cecco si
invaghisce di Cornia e le augura di morire presto per poterla cantare anche in
morte. Come fece il Petrarca nei confronti di Laura.
Pedagogo, è
pieno di vocaboli latinizzanti; è molto pedante. E’ fidenziano classicista. E’
la satira di Gravina e Maffei, con i loro tentativi classicisti.
E’
l’autocaricatura di Mirtilo Dianidio, l’autore, Martello, con una maschera con
naso aquilino e mento aguzzo. Farà ridere all’idea che l’autore abbia voluto
prendere in giro se stesso. Poeta arcadico, si rivolgerà a Cornia con ecloghe.
Figura di un
eunuco grasso, obeso, con pancia enorme. Appassionato di musica, dà ad
intendere grande talento. Recita cantando e parla e risponde a quanti non
cantano.
Soldato,
giovane, senza maschera, con armi lucide e antiche, deforme, ma senza dolore.
Fa credere di essere un soldato valoroso, ma in realtà è esattamente il
contrario: ha paura di tutto. Approfitta, invece, della vedovanza di Sostrata,
si fa passare come poeta; in risposta al suo desiderio di diventare poetessa,
ora che non ha più l’impedimento del marito, si offre di insegnarle a comporre
poesie e di recitarle. In realtà, è analfabeta. Pertanto, chiede a pagamento
dei sonetti e dei versi che fa imparare a memoria a Sostrata. Con stratagemmi
vari riuscirà a fare breccia nel cuore di Sostrata e alla fine le dirà tutta la
verità. Insieme con la vedova andrà a
fare a pezzi il corpo del defunto, lo appenderà ad un albero, per non far
scoprire la sua disattenzione: mentre, infatti, corteggiava Sostrata, degli
sconosciuti avevano sottratto la salma di un delinquente, impiccato, che Penulo
avrebbe dovuto vigilare. Sarebbe stato reo di morte, ma, con lo stratagemma, il
corpo di Panfilo ha fatto credere che Penulo abbia preso il responsabile.
Vedova di
Panfilo, intende fare la poetessa, ma non ne ha le capacità e non è colta. Dice
di voler rimanere fedele al suo sposo, che piange, disperata e inconsolabile,
ma in realtà desidera sposare Penulo. Cadrà negli intrighi di Penulo di cui è
invaghita. E’ uno dei due personaggi, insieme con Cornia, che recita senza
maschera.
Servetta insidiosa,
aiuta Penulo a conquistare Sostrata, si presenta con nomi diversi ai poeti per
farsi compiacere, a seconda delle donne che avevano ispirato loro la poesia.
Chiamerà gli inservienti del manicomio per far rinchiudere il Cavalier Marino,
Messer Cecco e Mirtilo, che avevano scoperto le intenzioni di Penulo e
avrebbero potuto rivelare le sue trame.
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LO
STARNUTO DI ERCOLE (1717)[1]
Martello
presenta il testo come "una bambocciata", uno scherzo letterario,
legato al tema pessimistico e satirico della grandezza umana, così relativa.
Era destinato ad un teatro di burattini.
Lo Starnuto
di Ercole (1717) è scritto in versi martelliani. Per contrastare con
i personaggi dei pigmei, per i quali Martello ha utilizzato i settenari, i
versi attribuiti ad Ercole sono di quattordici sillabe per riga.
Carlo Goldoni
racconta di aver messo in scena Lo starnuto nel 1726. Non si sa se sia
stato rappresentato da altre compagnie, in quanto il teatro delle marionette non
ha cronache. E’ rimasta traccia di un’esecuzione al Teatro San Girolamo di
Venezia nel 1746, in
occasione del carnevale, adattato alla circostanza, sotto forma di dramma per
musica (le voci delle marionette erano fuori campo).
PERSONAGGI
E TRAMA
L'opera racconta
delle avventure di Ercole in un immaginario viaggio nel Paese dei Pigmei,
popolo minuto e infinito, in Africa. Il nome deriva da un’omonima regina, essi
sono stati generati da lei e dalla terra. Gli dei la trasformarono in gru, a
causa della sua superbia. Vedendosi così tramutata, sospinse le gru contro i
pigmei ed essi non possono fare altro che insidiare le loro uova. La vita dei
pigmei non dura più di otto anni e diventano adulti al terzo o quarto anno di
vita. La gestazione ha la durata di una luna. Credevano che Ercole fosse Anteo[2].
Ercole mette in
ebollizione passioni e manie del re, della corte e di tutto il popolo. Chiede
due giovani fanciulle per portarle in dono a Euristeo[3]. Esse
sognano, invece, di diventare sue spose.
Alla fine,
quando quello sciame di moscerini muove all'assalto, a Ercole viene da
starnutire, e li disperde ai quattro venti.
La trama si basa
sulla differenza di dimensioni corporee fra l'eroe greco e i piccoli africani:
quasi una storia alla Gulliver [4].
I Pigmei hanno nomi
molto corti ed esotici: Kam, Fam, Ban, Kon, Uy, Neh, Mud, Gruh, Has, Fruh. Si
trovano in un paesaggio esotico, sulla riva del mare che copre la fonte alle
correnti; il luogo profuma dei giacinti, dei narcisi e delle selve.
La presenza di
Ercole sarà avvertita con un più acuto profumo, scaturito dai fiori che egli
schiaccia, coricato, dormendo. Quelle che per gli omiciattoli sono delle selve,
per Ercole sono semplicemente un prato fiorito.
I pigmei sono
pieni di sentimenti, di passioni. Vivono cacciando con spine di pesce, spine di
cardo. Sono protetti da corazze fatte di gusci di granchi ed elmi fatti con
conchiglie. Cavalcano uccelli variopinti. Un re saggio governa questo popolo
estroso e felice, in un vita animata e variopinta. Tra questi personaggi ci
sono damine civettuole, mariti gelosi (Han), cacciatori e guerrieri a cui
l’amor non interessa (Ban); fidanzati appassionati (Uy) che sognano solitudine
in un’isoletta con la propria diletta; politici che tramano, il sacerdote che
impone il culto idolatrico allo scimmione e suggerirà di avvelenare Ercole, per
mantenere il suo dominio. Gli argomenti sono appena sfiorati e trattati con
ironia.
Con la venuta di
Ercole il clima idilliaco cambia e ribollono le passioni e gli istinti: i
guerrieri vogliono affrontare il gigante; i politici se ne vogliono sbarazzare
o utilizzarlo come alleato contro i nemici; le dame, mascherando il loro
innamoramento assurdo, fanno a gara per offrirsi a lui per salvare la patria.
La moglie di Has, Fruh, viene afferrata da Ercole e scatena l’invidia delle
altre donne, oltre alla gelosia del marito e degli altri uomini.
Al momento
dell’assalto, Ercole, con uno starnuto, manderà all’aria tutti i pigmei. In
cambio della loro salvezza, chiede che sostituiscano il culto di Giove a quello
dello scimmione. I coniugi Has e Fruh sono puniti a flagellarsi a vicenda per
aver tentato di tradire il loro popolo.
Martello rivela
in tutta la commedia il suo gusto per la vita, la sua ispirazione arcadica, il
suo senso satirico e ironico che diverte senza offendere. Denuncia la
piccolezza dell’uomo e la vacuità delle problematiche nel quale egli si perde,
che sono niente di fronte alla vita vera.
Articolo di E.B.
Teatro
[2] Anteo: figura della
mitologia greca. Era il gigante re di Libia, figlio di Poseidone e Gea. La
figura compare in alcune versioni di. Le dodici fatiche di Eracle (o di
Ercole): sono le imprese che Eracle compì mentre era schiavo presso
Euristeo, per espiare l'uccisione dei suoi figli e dei suoi nipoti.
[3] Euristeo: figura
della mitologia greca. Era figlio di Steneleo. Fu il re di Tirino e di Micene.
Divenne re di questi regni, in quanto Zeus stabilì che sarebbero toccati al
primo nato della stirpe di Perseo. L'intento di Zeus era quello di offrire il
regno a Eracle, ma Era favorì e anticipò la sua nascita, permettendogli di
regnare sulle due città. Sempre a causa di Era, Eracle fu sottomesso a Euristeo
e per lui compì le famose dodici fatiche.
[4] I viaggi di Gulliver
1726, ed. riveduta nel 1735 è un romanzo che coniuga fantasia e satira, scritto
sotto pseudonimo da Jonathan Swift. L'editore pubblicò la prima edizione nel
1726.