“Non
sospetta neppure lontanamente che la prendo in giro e che le ho cambiato il
nome perché ritengo il suo originale inadatto alla sua persona… Registra le mie
parole, ma è convinta sia talmente istupidita da non accorgermene. La cosa mi
diverte e mi irrita allo stesso modo. Non so perché diavolo lo faccia E poi
perché non chiedermi il permesso? La monotonia divora le nostre menti e siamo
convinti di scongiurarla con stupidi artifizi…”.
La storia di donne rinchiuse,
chiuse, in una casa di cura, Lena e Giorgia. Anziane, sole, in preda al
desiderio di rendere quei giorni tutti uguali qualcosa di significativo, di
vitale: “… qui dove il tempo è immobile da far sembrare i giorni eternità…”.
Eppure, la storia di una fuga, della voglia di provare ad uscire di lì, per non
smettere di tentare di vivere anche quando la vita si fa pensante e non si
vorrebbe altro che avere qualcuno che badi a noi stessi. La storia densa, vera,
bella di un ricovero dove la mente non ha diritto di vagare, dove i sedativi
sono il bandolo di una matassa arrotolata in anni. Dove la voce della scrittura
si deve alzare a difesa dei più fragili.
I libri come questo scritto da
Stefania Lusetti, storia di vita tutta la leggere, romanzo esistenziale che
vuole descrivere uno spaccato di vita e non dare insegnamenti fasulli,
permettono di rivangare ancora quella famosa “ragione degli altri” della quale
Pirandello è stato maestro, in un andamento che riporta ad una vita reale,
vissuta senza colpi si scena eclatanti che non siano un diario tirato in fronte
a procurare cinque punti di sutura. Una vita in cui imperano i vetri di Murano
quando acquistano il loro significato vero di vita vissuta, quando gli attimi
fanno riprendere in mano le fotografie e la vita diventa spessore perché è
stata semplicemente vissuta. In una casa per anziani si ritrovano vizi e virtù
di un’esistenza intera, a dire ai giovani che devono prendersi cura di loro se
vogliono invecchiare bene, se non vogliono essere solo alla mercé di qualche
anonimo, per quanto ammirevole, assistente che deve vegliare un corpo morto con
una mente viva.
Bisognerebbe parlare di più di ciò
che vogliamo tacere, di quella vecchiaia che ci portiamo appresso da quando
nasciamo, invecchiando giorno dopo giorno senza che per questo, per decenni, si
pensi sia una malattia. In realtà, invecchiare è sinonimo di vitalità e di
saggezza acquisita, se davvero si acquista la saggezza di guardare al vecchio
che abbiamo davanti come a noi stessi nello specchio del tempo.
Stefania Lusetti: “Al di là degli
occhi”, Albus Edizioni, Caivano (Napoli), 2010, pagg. 110; euro 9,50.
Articolo di Alessia Biasiolo
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